International Osteopathic Academy

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News

Trattamento osteopatico della sindrome delle faccette articolari

Di Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteoapthic Academy

Che cos’è la sindrome delle faccette articolari?

E’ l’infiammazione e successiva degenerazione artrosica delle superfici articolari posteriori, dette faccette, presenti tra due vertebre attigue.
Il ripetuto sovraccarico delle faccette attiva un processo infiammatorio della capsula che riveste l’articolazione (mal di schiena acuto) che nel tempo può portare alla degenerazione artrosica dell’articolazione (mal di schiena cronico) e finanche al restringimento del canale spinale (stenosi).

Perché si verifica

In condizioni  fisiologiche il carico gravante sulla colonna vertebrale è distribuito prevalentemente sulla parte anteriore (corpo vertebrale) e dissipato dai dischi intervertebrali. In queste condizioni il ruolo delle articolazioni posteriori è d’ausilio, paragonabile a quello di rotaie il cui scopo è guidare il movimento vertebrale nei diversi movimenti della colonna.

In alcuni condizioni questa situazione si altera e le faccette sono gravate da un surplus meccanico. Alcune attività lavorative predispongono il sovraccarico come ad esempio: lavorare in piedi come camerieri e cuochi, come magazzinieri e/o guidare muletti, lavorare come insegnanti o ancora come sanitari dovendo spostare persone non autosufficienti.

Segni e sintomi

  • Dolore in sede lombare profondo, spesso prevalente da un lato rispetto all’altro.
  • Dolore riferito all’inguine, alla coscia, alla natica e alla cresta iliaca
  • Dolore alla digitopressione delle faccette stesse
  • Aumento del dolore con il movimento di estensione (inarcamento all’indietro) della colonna
  • Dolore alla rotazione del tronco verso il lato affetto
  • Aggravamento dei dolori dopo prolungata stazione eretta e posizione seduta
  • Miglioramento con il riposo a letto
  • Rigidità della colonna
  • Assenza di deficit neurologici degli arti inferiori della sensibilità e del movimento
  • Quadro radiologico dei raggi X, della TAC e della risonanza magnetica tipici

Sicura conferma diagnostica è data però solo dall’eliminazione del dolore a mezzo di blocco anestetico. In pratica si procede iniettando anestetico locale nella rima articolare con benessere immediato per il paziente. L’infiltrazione avviene sotto guida radiologica e per evitare eccessive dosi di raggi X  è oggi possibile usare ecografi di ultima generazione per visualizzare la rima articolare.

Trattamento medico

Inizialmente è proposto l’utilizzo di farmaci antinfiammatori di FANS e successivamente, se il problema persiste e diviene invalidante, sono proposte infiltrazioni di cortisone e come seconda opzione termorizotomia, ovvero denervazione radioguidata della branca mediale (nervo che innerva le articolazioni interapofisarie). Dopo le infiltrazioni viene normalmente consigliato un percorso di riabilitazione.

Intervento osteopatico

L’intervento dell’osteopata può essere fondamentale sopratutto se si affronta il problema in prima battuta e senza aspettare che la degenerazione articolare peggiori.
La visione osteopatica è sia analitica che globale. A livello analitico saranno valutati e trattati i segmenti vertebrali interessati dal dolore, mentre a livello globale occorrerà valutare l’equilibrio posturale del soggetto, le cui deviazioni sono probabilmente la causa prima del sovraccarico articolare.
L’intervento analitico sul sintomo può essere effettuato (a titolo d’esempio) con tecniche HVLA, tecniche di pompage e trazioni alternate in flexion-distraction. Quest’ultime necessitano specifico lettino ma sono piuttosto efficaci e risolutive. A livello globale risultano fondamentali tecniche fasciali e posture decompensate che il paziente dovrà imparare ed eseguire anche presso il proprio domicilio.
Normalmente l’intervento osteopatico non viene eseguito con frequenza ma in questo caso nella prima fase è consigliabile trattare il paziente 2 volte alla settimana per 3 settimane.
Il trattamento comporta normalmente grande beneficio fin da subito. In caso contrario occorre valutare se non sia necessario che il paziente passi direttamente alla parte infiltrativa con il medico.


Osteopatia e tacchi alti, guardiamo sempre gli aspetti funzionali

Di Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteopathic Academy

Introduzione
Il piede umano è dotato di un architettura complessa e un elevato numero di ossa e articolazioni lavora in sinergia con muscoli, legamenti e fasce connettivali situati sia nel piede che nell’arto inferiore.
A livello biomeccanico si creano così sinergie ed equilibri perfetti, in grado di distribuire e ammortizzare le forze in gioco, permettendo una motricità bipede su terra davvero unica, precisa e nel contempo potente.
Il piede gioca un ruolo primario nell’intero equilibrio posturale ed è considerato nel suo insieme un vero e proprio recettore, tant’è che patologie e appoggi viziati sono motore primo di problematiche che si manifestano a distanza in ottica ascendente. Ogni percorso di educazione e rieducazione a livello motorio e posturale dovrebbe sempre tenere in massima considerazione il piede, sia nel sedentario che nello sportivo.

Evoluzione del piede
L’intero “sistema piede” si è evoluto in migliaia di anni affinché lavori scalzo con tallone e avampiede in linea. In queste condizioni i carichi sono in perfetto equilibrio sia a livello locale che a livello della catena ascendente.
Protezione e ammortizzazione sono garantiti da un adattamento progressivo che porta alla formazione di callosità e cuscinetti di grasso nell’ipoderma.
Occorre tenere in considerazione che la deambulazione in origine avveniva su terreni relativamente morbidi, di terra ed erba, e leggermente sconnessi. Questo, per altro, favoriva il rinforzo muscolare e lo sviluppo della propriocettività.
Oggi la disabitudine a camminare scalzi e la presenza di terreni piani e asfaltati orientano all’utilizzo di calzature protettive, possibilmente con un materiale in grado di dissipare le forze di impatto al terreno (ammortizzante ma non tanto da provocare “effetto rimbalzo”).

Il tacco
La presenza del tacco non ha alcuna ragione d’essere in quanto innalzare il retropiede comporta una distribuzione del carico irrazionale con sovraccarico articolare anteriore e netto accorciamento del sistema fasciale e muscolare sopratutto a livello della catena posteriore.
Tutto questo comporta manifestazioni disfunzionali e patologiche sia in loco che a distanza in quanto il sistema articolare, legamentoso, muscolare e fasciale del corpo è intimamente collegato e altamente integrato.

Rieducare prima di scendere dai tacchi
Nei soggetti abituati ad utilizzare regolarmente i tacchi, prima a questa tipologia di calzature è bene seguire un progetto rieducativo per riportare il sistema in condizioni ottimali all corretta deambulazione in piano.
In primis, ad esempio, sarà necessario ri-allungare le catene fascio-muscolari che si sono disadattate nel tempo.
Senza questa fase rieducativa il soggetto potrà lamentarsi del disconfort nel camminare con calzature prive di tacco e soffrire di problematiche come talloniti, crampi e infiammazioni.
I benefici di una tale rieducazione non tarderanno però a manifestarsi a livello del piede, delle anche e della colonna vertebrale.
A livello osteopatico sarà possibile intervenire sulla soluzione delle disfunzioni somatiche dell’articolazioni del piede, tibio-tarsica, tibio-peroneale, ginocchio, anche e colonna vertebrale.

Attenzione alle scarpe piatte
D’altro canto occorre prestare attenzione all’utilizzo di scarpe piatte e senza protezione plantare (tipo ballerine), che se da un lato permettono una camminata più fisiologica, dall’altro non tengono in considerazione che il piede non è adattato a camminare su terreni troppo duri come quelli asfaltati.
Attenzione deve essere posta anche alle calzature aperte posteriormente che costringono le dita del piede a “griffare” ad ogni appoggio per evitare scivolamenti in avanti.
Spesso questi problemi di infiammazione miotendinea del compartimento laterale della gamba si manifestano in estate, quando il soggetto passa dalle scarpe chiuse a scarpe aperte e/o a forma di ciabatta, che costringono appunto gamba e piede ad un lavoro di stabilizzazione supplementare.


Scuola di Osteopatia: formazione clinica su paziente

Scuola di Osteopatia
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