International Osteopathic Academy

Scuola di Osteopatia by SwissAdvance
Società di formazione con certificazione internazionale:
ISO 29990:2010 Norma internazionale sui servizi di formazione e educazione non formali.
EN 16686:2015 Norma sull'osteopatia del Comitato Europeo di Normazione (CEN).

ISO 29990:2010 EN 16686:2015

Trattamento osteopatico della sindrome delle faccette articolari

Di Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteoapthic Academy

Che cos’è la sindrome delle faccette articolari?

E’ l’infiammazione e successiva degenerazione artrosica delle superfici articolari posteriori, dette faccette, presenti tra due vertebre attigue.
Il ripetuto sovraccarico delle faccette attiva un processo infiammatorio della capsula che riveste l’articolazione (mal di schiena acuto) che nel tempo può portare alla degenerazione artrosica dell’articolazione (mal di schiena cronico) e finanche al restringimento del canale spinale (stenosi).

Perché si verifica

In condizioni  fisiologiche il carico gravante sulla colonna vertebrale è distribuito prevalentemente sulla parte anteriore (corpo vertebrale) e dissipato dai dischi intervertebrali. In queste condizioni il ruolo delle articolazioni posteriori è d’ausilio, paragonabile a quello di rotaie il cui scopo è guidare il movimento vertebrale nei diversi movimenti della colonna.

In alcuni condizioni questa situazione si altera e le faccette sono gravate da un surplus meccanico. Alcune attività lavorative predispongono il sovraccarico come ad esempio: lavorare in piedi come camerieri e cuochi, come magazzinieri e/o guidare muletti, lavorare come insegnanti o ancora come sanitari dovendo spostare persone non autosufficienti.

Segni e sintomi

  • Dolore in sede lombare profondo, spesso prevalente da un lato rispetto all’altro.
  • Dolore riferito all’inguine, alla coscia, alla natica e alla cresta iliaca
  • Dolore alla digitopressione delle faccette stesse
  • Aumento del dolore con il movimento di estensione (inarcamento all’indietro) della colonna
  • Dolore alla rotazione del tronco verso il lato affetto
  • Aggravamento dei dolori dopo prolungata stazione eretta e posizione seduta
  • Miglioramento con il riposo a letto
  • Rigidità della colonna
  • Assenza di deficit neurologici degli arti inferiori della sensibilità e del movimento
  • Quadro radiologico dei raggi X, della TAC e della risonanza magnetica tipici

Sicura conferma diagnostica è data però solo dall’eliminazione del dolore a mezzo di blocco anestetico. In pratica si procede iniettando anestetico locale nella rima articolare con benessere immediato per il paziente. L’infiltrazione avviene sotto guida radiologica e per evitare eccessive dosi di raggi X  è oggi possibile usare ecografi di ultima generazione per visualizzare la rima articolare.

Trattamento medico

Inizialmente è proposto l’utilizzo di farmaci antinfiammatori di FANS e successivamente, se il problema persiste e diviene invalidante, sono proposte infiltrazioni di cortisone e come seconda opzione termorizotomia, ovvero denervazione radioguidata della branca mediale (nervo che innerva le articolazioni interapofisarie). Dopo le infiltrazioni viene normalmente consigliato un percorso di riabilitazione.

Intervento osteopatico

L’intervento dell’osteopata può essere fondamentale sopratutto se si affronta il problema in prima battuta e senza aspettare che la degenerazione articolare peggiori.
La visione osteopatica è sia analitica che globale. A livello analitico saranno valutati e trattati i segmenti vertebrali interessati dal dolore, mentre a livello globale occorrerà valutare l’equilibrio posturale del soggetto, le cui deviazioni sono probabilmente la causa prima del sovraccarico articolare.
L’intervento analitico sul sintomo può essere effettuato (a titolo d’esempio) con tecniche HVLA, tecniche di pompage e trazioni alternate in flexion-distraction. Quest’ultime necessitano specifico lettino ma sono piuttosto efficaci e risolutive. A livello globale risultano fondamentali tecniche fasciali e posture decompensate che il paziente dovrà imparare ed eseguire anche presso il proprio domicilio.
Normalmente l’intervento osteopatico non viene eseguito con frequenza ma in questo caso nella prima fase è consigliabile trattare il paziente 2 volte alla settimana per 3 settimane.
Il trattamento comporta normalmente grande beneficio fin da subito. In caso contrario occorre valutare se non sia necessario che il paziente passi direttamente alla parte infiltrativa con il medico.


Dalla fisiopatologia al trattamento della fascia in osteopatia

Di Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteopathic Academy

Introduzione

Abbiamo introdotto in un precedente articolo la fisiopatologia della fascia e richiamiamo qui i punti salienti che rispondono alle domande:

  • che cosa avviene a livello istologico quando la fascia è sottoposta a eccessivo stress?
  • E più specificatamente quali sono le modificazioni fisiopatolgiche in atto?

Risposte

Alcun autori hanno proposto la possibilità di un aumento delle fibre collagene e la creazione di cross-link tra le stesse, fattore che renderebbe la fascia eccessivamente rigida, quindi meno efficace nella traduzione e ammortizzazione delle forze in gioco, alterando nel contempo il rapporto intracellulare tra fibre e matrice e quindi rendendo meno efficaci gli scambi metabolici cellulari.

Una seconda possibilità chiama invece in causa l’acido ialuronico, uno dei componenti fondamentali dei connettivi corporei, in grado di donare loro forma e resistenza.
In seguito ad esercizio fisico è stata osservata ritenzione di acido ialuronico nell’endomisio muscolare (1). Le diverse catene di ialurato legano tra loro conferendo alla soluzione proprietà idrofobica e generando di conseguenza un importante aumento della viscosità con un rapporto di diminuzione dello scorrimento fino a 1:10 (2,3).
La viscosità tissutale influisce sulla risposta recettoriale facendo diminuire per esempio la soglia di scarica dei meccanocettori. In pratica se le fasce sono libere e scorrono bene, le terminazioni nervose recepiscono il movimento, viceversa la diminuzione dello scorrimento fasciale altera le afferenze recettoriali.

Dalla densificazione della fascia al dolore

Le proprietà visco-elastiche della fascia modulano la risposta recettoriale e un aumento della viscosità comporta una diminuzione della soglia di scarica dei meccanocettori.
In definitiva se le fasce scorrono libere tra loro le terminazioni nervose percepiscono il movimento (propriocezione), mentre se sono densificate e scorrono male le afferenze nocicettive sono stimolate.

Come procedere a livello manuale?

Per riuscire a modificare la fisiologia fasciale occorre mettere in gioco due parametri fondamentali: pressione e attrito.
La pressione permette di raggiungere il livello tessutale desiderato a partire dalle fasce superficiali fino a quelle più profonde. E’ quello che spesso in osteopatia è indicato come “accordarsi alla densità del tessuto”.
L’attrito radente tra la mano/avambraccio dell’operatore e i tessuti genera invece il calore necessario a modificare la densità fasciale.
E’ stato sperimentato che l’atto pressorio associato a movimento di andata e ritorno migliora lo scorrimento dello jalurato incrementando l’efficacia meccanica muscolare (4).
Perché ciò avvenga l’attrito deve essere intenso e protratto fino ad un innalzamento della temperatura locale sera ai 40° in maniera che le interazioni tra le catene di jalurato vadano incontro a disaggregazione e ad un passaggio da una situazione di maggior viscosità (gel) ad una di minor viscosità (sol) (5).

Trattamento della fascia e dolore

Lo sfregamento della fascia comporta naturalmente una stimolazione delle terminazioni libere in esse contenute. Se gli stati fasciali sono scorrevoli lo stiramento avviene entro il range fisiologico e non comporta dolore, mentre se c’è densificazione le terminazioni nervose sono stirate fuori range e questo genera dolore durante il trattamento fasciale.

Cosa avviene dopo?

Sotto l’azione del trattamento lo ialuronato si depolimerizza e ciò comporta una cascata infiammatoria che porta a risoluzione. La flogosi successiva al trattamento è necessaria per ripristinare la qualità e la quantità del tessuto collagenico precedentemente densificato  e il processo infiammatoria dura mediamente 72 ore (6,7). In questo lasso di tempo il paziente potrà avvertire dolore come dopo aver eseguito un esercizio fisico intenso e/o inusuale.

 

Riferimenti bibliografici

1 -Pihel-Aulin K., Laurent C., Engstrom-Laurent A., Helistrom S., Henriksson J.
Hyaluronan in human skeletal muscle of lower extremity: concentration, distribuition ad affect of exercice, J. Appl. Physiol., 1991; 71:2493:98;

2 – Matteini P, Dei L., Carretti E., Volpi N., Goti A., Pini R.
Structural beahavior of highly concentrated hyaluronan, Biomacromulecoles, 2009; 10:1516-22;

3 – Cowman M.K., Schmidt T.A., Raghavan P., Stecco A.
Viscoelastic properties of hyaluronan in physiological condistions, F1000Res, 2015; 4:622, doi: 10.2015, Review;

4- Chaudhry A., Rudensky AY.
 Control of inflammation by integration of environmental cues by regulatory T cells., J. Clin. Invest., 2014, 123:939-44;

5- Matteini e al.,
Structural behavior of highly concentrated hyaluronan, Biomacromolecules, 2009, 10:1516-22;

6- Noble P.W.
Hyaluronan and its catabolic products in tissue injury and repair, Matrix Biol., 2002, 21:25-9, Rewiew;

7- Stern R. e al.
Size-specific fragments of hyaluronan: an information-rich system, Eur. J. Cell. Bill., 2006,85:699-715.


Corso di linguaggio neonatale per osteopati: parte 2°

Corso di linguaggio neonatale per osteopati
Di Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteopathic Academy

Parte 2° Voce, viso e odore.

Nel post precedente ho sottolineato come sia fondamentale per un osteopata pediatrico avere una formazione non solo tecnica ma anche riguardante le caratteristiche socio-affettive del bambino, in maniera da poter comunicare con lui e metterlo a suo agio nel corso del trattamento.
Il neonato è di fatto un piccolo individuo e i suoi comportamenti non sono causali ed esclusivamente reattivi, come a prima vista può sembrare, ma già organizzati e finalizzati a scopo sociale e adattivo nei confronti dell’ambiente interno ed esterno.
Vedi parte prima.

In questa seconda parte approfondirò l’argomento e darò alcuni consigli pratici da mettere in atto in studio con i piccoli pazienti.

Il piccolo appena nato, prima di addormentarsi e concedersi il meritato riposo, spesso è già completamente vigile e inizia ad interessarsi al mondo esterno. Alcuni studi hanno evidenziato come prediliga le persone rispetto agli oggetti.
Ad esempio, nella foto 1, al bimbo sono mostrate una paletta con persona e una con oggetto. Dopo alcune osservazioni il bimbo si concentra del tutto su quella con persona.

Le voci attraggono la sua attenzione, soprattutto quelle che già conosce, come quella della madre, perché le ha già sentite per diverso tempo prima di nascere.
Nell’esperimento in foto 2 il neonato è palesemente attratto dalla voce materna.

I volti sono per il neonato di grande interesse già a pochi minuti dalla nascita. Se tranquillo e sveglio si concentrerà con grande attenzione sul viso degli astanti e se qualcuno inizia a enfatizzare espressioni si potrà osservare fin da subito la ricerca d’imitazione della mimica facciale. Per questioni di frequenza, al pari della voce, il volto più ricercato e imitato è naturalmente quello della madre.

Il neonato è già in possesso di una serie di “piccole espressioni” in grado di esprimere disgusto, tristezza, gioia, paura e interesse che, porgendo attenzione, possono essere individuate e decodificate.

Infine, il sapore del liquido amniotico permette al bambino di imparare a distinguere il gusto del latte materno e l’odore della pelle della madre. Fin dalle prime ore di vita il piccolo prediligerà l’odore della mamma rispetto a quello di un’altra donna e, potendo scegliere, si rivolgerà ad un tessuto che è stato in contatto con il corpo della mamma.
Nella foto 3 nel corso dell’esperimento con 2 donne (mamma e zia) il bimbo, pur avendo già conosciuto la zia, si abbandona al 100% solo con la madre.

Foto 1

Foto 2

foto 3

In pratica

– durante il trattamento osteopatico la presenza della madre è fondamentale.
– invece di proporre giochini e pupazzetti per distrarre il piccolo è meglio mantenere con lui un contatto visivo/espressivo e vocale, ancor meglio se con partecipazione della madre.
– ricordarsi che nei primi tre mesi per farsi visualizzare bene dal neonato è bene stare piuttosto vicini (non oltre i 22-30 cm).
– una buona idea potrebbe essere mettere sul lettino un indumento con l’odore della madre.
– se il bimbo non è sufficientemente rilassato, alcune tecniche possono essere effettuate direttamente a contatto con la madre.

Alcune espressioni, come vedremo, hanno dei significati ben definiti e decodificabili che è utile imparare a osservare.

Fabio Perissinotti D.O.


Osteopatia e tacchi alti, guardiamo sempre gli aspetti funzionali

Di Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteopathic Academy

Introduzione
Il piede umano è dotato di un architettura complessa e un elevato numero di ossa e articolazioni lavora in sinergia con muscoli, legamenti e fasce connettivali situati sia nel piede che nell’arto inferiore.
A livello biomeccanico si creano così sinergie ed equilibri perfetti, in grado di distribuire e ammortizzare le forze in gioco, permettendo una motricità bipede su terra davvero unica, precisa e nel contempo potente.
Il piede gioca un ruolo primario nell’intero equilibrio posturale ed è considerato nel suo insieme un vero e proprio recettore, tant’è che patologie e appoggi viziati sono motore primo di problematiche che si manifestano a distanza in ottica ascendente. Ogni percorso di educazione e rieducazione a livello motorio e posturale dovrebbe sempre tenere in massima considerazione il piede, sia nel sedentario che nello sportivo.

Evoluzione del piede
L’intero “sistema piede” si è evoluto in migliaia di anni affinché lavori scalzo con tallone e avampiede in linea. In queste condizioni i carichi sono in perfetto equilibrio sia a livello locale che a livello della catena ascendente.
Protezione e ammortizzazione sono garantiti da un adattamento progressivo che porta alla formazione di callosità e cuscinetti di grasso nell’ipoderma.
Occorre tenere in considerazione che la deambulazione in origine avveniva su terreni relativamente morbidi, di terra ed erba, e leggermente sconnessi. Questo, per altro, favoriva il rinforzo muscolare e lo sviluppo della propriocettività.
Oggi la disabitudine a camminare scalzi e la presenza di terreni piani e asfaltati orientano all’utilizzo di calzature protettive, possibilmente con un materiale in grado di dissipare le forze di impatto al terreno (ammortizzante ma non tanto da provocare “effetto rimbalzo”).

Il tacco
La presenza del tacco non ha alcuna ragione d’essere in quanto innalzare il retropiede comporta una distribuzione del carico irrazionale con sovraccarico articolare anteriore e netto accorciamento del sistema fasciale e muscolare sopratutto a livello della catena posteriore.
Tutto questo comporta manifestazioni disfunzionali e patologiche sia in loco che a distanza in quanto il sistema articolare, legamentoso, muscolare e fasciale del corpo è intimamente collegato e altamente integrato.

Rieducare prima di scendere dai tacchi
Nei soggetti abituati ad utilizzare regolarmente i tacchi, prima a questa tipologia di calzature è bene seguire un progetto rieducativo per riportare il sistema in condizioni ottimali all corretta deambulazione in piano.
In primis, ad esempio, sarà necessario ri-allungare le catene fascio-muscolari che si sono disadattate nel tempo.
Senza questa fase rieducativa il soggetto potrà lamentarsi del disconfort nel camminare con calzature prive di tacco e soffrire di problematiche come talloniti, crampi e infiammazioni.
I benefici di una tale rieducazione non tarderanno però a manifestarsi a livello del piede, delle anche e della colonna vertebrale.
A livello osteopatico sarà possibile intervenire sulla soluzione delle disfunzioni somatiche dell’articolazioni del piede, tibio-tarsica, tibio-peroneale, ginocchio, anche e colonna vertebrale.

Attenzione alle scarpe piatte
D’altro canto occorre prestare attenzione all’utilizzo di scarpe piatte e senza protezione plantare (tipo ballerine), che se da un lato permettono una camminata più fisiologica, dall’altro non tengono in considerazione che il piede non è adattato a camminare su terreni troppo duri come quelli asfaltati.
Attenzione deve essere posta anche alle calzature aperte posteriormente che costringono le dita del piede a “griffare” ad ogni appoggio per evitare scivolamenti in avanti.
Spesso questi problemi di infiammazione miotendinea del compartimento laterale della gamba si manifestano in estate, quando il soggetto passa dalle scarpe chiuse a scarpe aperte e/o a forma di ciabatta, che costringono appunto gamba e piede ad un lavoro di stabilizzazione supplementare.


Quando la fascia funziona male

Quando la fascia funziona male

Fabio Perissinotti D.O.
Direttore International Osteopathic Academy
https://fabioperissinotti.me

Introduzione

In un precedente articolo ho evidenziato come il muscolo non può essere considerato l’unità funzionale del movimento.
Ad ogni azione il sistema nervoso chiama di fatto in causa molteplici unità motorie, e relative fibre, appartenenti a diversi muscoli mono e poliarticolari, coordinati tra loro in periferia dall’intervento delle fasce, che rappresentano quindi non solo un organo di connessione meccanica e di dissipazione delle forze, ma un vero e proprio sistema senso-motorio periferico.
In ambito sportivo, rieducativo e terapico occorre quindi prendere in massima considerazione l’intero sistema mio-fasciale e le sue caratteristiche fisiopatologiche.

Vedi qui articolo correlato

Fisiopatologia della fascia: l’acido ialuronico

Che cosa avviene a livello istologico quando la fascia è sottoposta a eccessivo stress?
Sentiamo parlare di densificazione della fascia, termine che letteralmente rende bene quello che accade nei connettivi sottoposti a sovraccarico, ma più specificatamente quali sono le modificazioni fisiopatolgiche in atto?

Alcun autori hanno proposto la possibilità di un aumento delle fibre collagene e la creazione di cross-link tra le stesse, fattore che renderebbe la fascia eccessivamente rigida, quindi meno efficace nella traduzione e ammortizzazione delle forze in gioco, alterando nel contempo il rapporto intracellulare tra fibre e matrice e quindi rendendo meno efficaci gli scambi metabolici cellulari.

Una seconda possibilità chiama invece in causa l’acido ialuronico, uno dei componenti fondamentali dei connettivi corporei, in grado di donare loro forma e resistenza.
In seguito ad esercizio fisico è stata osservata ritenzione di acido ialuronico nell’endomisio muscolare (1). Le diverse catene di ialurato legano tra loro conferendo alla soluzione proprietà idrofobica e generando di conseguenza un importante aumento della viscosità con un rapporto di diminuzione dello scorrimento fino a 1:10 (2,3).
La viscosità tissutale influisce sulla risposta recettoriale facendo diminuire per esempio la soglia di scarica dei meccanocettori. In pratica se le fasce sono libere e scorrono bene, le terminazioni nervose recepiscono il movimento, viceversa la diminuzione dello scorrimento fasciale altera le afferenze recettoriali.

Conclusioni

Una fascia in condizioni ottimali è fattore indispensabile per una motricità ottimale a livello meccanico e metabolico. E’ utile ricordare che nel sistema metabolico e recettoriale fasciale entrano in gioco anche il sistema immunitario e quello del dolore. Quindi le proprietà della fascia di riflettono sia sulla motricità che sull’aspetto salutistico.
La domanda a cui risponderò nel prossimo articolo sarà: come è possibile modificare le densificazioni della fascia? Vedremo anche se alcune tecniche fasciali molto “gentili” siano realmente in grado di attuare cambiamenti istologici nella fascia.

 

Riferimenti bibliografici

1 – Pihel-Aulin K., Laurent C., Engstrom-Laurent A., Helistrom S., Henriksson J.
Hyaluronan in human skeletal muscle of lower extremity: concentration, distribuition ad affect of exercice, J. Appl. Physiol., 1991; 71:2493:98;

2 – Matteini P, Dei L., Carretti E., Volpi N., Goti A., Pini R.
Structural beahavior of highly concentrated hyaluronan, Biomacromulecoles, 2009; 10:1516-22;

3 – Cowman M.K., Schmidt T.A., Raghavan P., Stecco A.
Viscoelastic properties of hyaluronan in physiological condistions, F1000Res, 2015; 4:622, doi: 10.2015, Rewiew.